sabato 5 giugno 2010

Venezia, ventottesimo giorno del quinto mese nell'anno del Signore 1762

Possibile .. Possibile che avendo avuto in dono dal Signore la fortuna di nascere donna (poichè il mio nobile padre reputava la femminile essenza naturalmente incline a percepire elementi che un essere maschile tralascia, non avendo tale capacità) debba, agli occhi di questo mondo, significare che il mio unico destino, la mia unica possibilità di lasciare una traccia prima che la mia breve vita si concluda, sia quella di sposarmi e concepire un erede ...
Non lo accetto.
Non lo accetterò mai.
Contrarre matrimonio adesso equivarebbe offrire la mia vita nelle mani di colui che godrebbe della possibilità di rinchiudermi in casa e gettar via la chiave, costringendomi qualche mese dopo a lottare tra la vita e la morte nel donare la vita al frutto di quello che mi appare adesso un enorme sacrificio, se non verrà dettato dall'Amore stesso.
Un sogno, un'utopia questa che ritengo una misteriosa forza da cui il mondo .. che dico, l'intero universo sembra trarre forza e sostentamento, e di cui l'Arte sembra narrare in maniera incessante dai tempi in cui dal Caos nacque un fanciullo simile per aspetto agli angeli, ma munito di arco e frecce con i quali sia in grado di accendere nei cuori degli uomini questa fiamma così antica.
Eppure questa società, forgiata da mano umana, sembra aver dimenticato il modo di varcare la soglia di quel cancello, la cui apertura conduce al più dolce dei paradisi e al più osceno degli inferi .. E assieme ad essa la sottoscritta.

Temo che per me nessuna scena del balcone sia prevista nel mio destino. Solo una fede morente di fronte a quel cancello.