sabato 5 giugno 2010

Venezia, ventottesimo giorno del quinto mese nell'anno del Signore 1762

Possibile .. Possibile che avendo avuto in dono dal Signore la fortuna di nascere donna (poichè il mio nobile padre reputava la femminile essenza naturalmente incline a percepire elementi che un essere maschile tralascia, non avendo tale capacità) debba, agli occhi di questo mondo, significare che il mio unico destino, la mia unica possibilità di lasciare una traccia prima che la mia breve vita si concluda, sia quella di sposarmi e concepire un erede ...
Non lo accetto.
Non lo accetterò mai.
Contrarre matrimonio adesso equivarebbe offrire la mia vita nelle mani di colui che godrebbe della possibilità di rinchiudermi in casa e gettar via la chiave, costringendomi qualche mese dopo a lottare tra la vita e la morte nel donare la vita al frutto di quello che mi appare adesso un enorme sacrificio, se non verrà dettato dall'Amore stesso.
Un sogno, un'utopia questa che ritengo una misteriosa forza da cui il mondo .. che dico, l'intero universo sembra trarre forza e sostentamento, e di cui l'Arte sembra narrare in maniera incessante dai tempi in cui dal Caos nacque un fanciullo simile per aspetto agli angeli, ma munito di arco e frecce con i quali sia in grado di accendere nei cuori degli uomini questa fiamma così antica.
Eppure questa società, forgiata da mano umana, sembra aver dimenticato il modo di varcare la soglia di quel cancello, la cui apertura conduce al più dolce dei paradisi e al più osceno degli inferi .. E assieme ad essa la sottoscritta.

Temo che per me nessuna scena del balcone sia prevista nel mio destino. Solo una fede morente di fronte a quel cancello.




giovedì 20 maggio 2010

Venezia, ventesimo giorno del quinto mese nell'anno del Signore 1762


Mi vedo costretta ad iniziar, seppure a malapena, un nuovo taccuino ove siglare tutto ciò che mi riguarda in prima persona, vista la scomparsa del quaderno che da Firenze mi ha seguita fin qui, a Venezia.
Cercherò di riportare in maniera fedele quanto mi è accaduto dalla sventurata notte in cui ho perso uno degli oggetti miei più cari, appellandomi alla mia memoria e al mio cuore .. A tal proposito riporto qui la copia di un bozzetto che custodisco in maniera piuttosto gelosa e che sicuramente non farò vedere ad alcuno, specie al soggetto interessato.

[Segue un disegno che ritrae un giovane uomo sulla trentina dal sorriso gentile, lo sguardo perso a contemplare chissà che nel fondo di una minuscola tazza da tè, tanto da supporre che si diletti nella lettura di queste particolari foglie, e dal naso troppo importante per quei lineamenti]

Ignoro completamente il nome di costui e la sua posizione, ma il mio cuore è certo che abbia lui il mio vecchio taccuino, o che almeno sappia dove si trovi. Esprimo anche qui la speranza di incrociarlo ancora una volta, chiedergli nuove riguardo ciò che mi appartiene e salpare ancora una volta con lui verso l'isola della perfida ma appassionata Maga Circe, seguendo la scia aromatica di una semplice tazza di tè.


E' bene aggiungere che da lì a pochi giorni ho assistito a quella che aveva tutte le carte in regola per tramutarsi in una di quelle situazioni infelici che soltano uomini ubriachi e impavidi gentiluomini potrebbero dar vita in un'osteria: forse un bicchiere di troppo ha stordito un giovane che si è rivolto in malo modo verso una donna, Cora Mercuzi, presto difesa dal Giudice in persona dei Signori della Notte al Criminal, Ettore Petrucci (identità che mi è stata rivelata dallo stesso soltanto pochi minuti prima che abbandonassi il luogo) .. Ma ciò che mi ha sorpreso non poco (l'ubriacone irascibile poi si è dato alla fuga) è stato trovar lì, seguendo Cora come la più fedele dei servitori o la più affezionata, la discendente di una delle famiglie nobiliari (caduta ormai in disgrazia) che un qualsiasi fiorentino ha ben in mente e che si stupirebbe non poco di ritrovarla lì, in quelle semplici vesti: sto parlando di Verena Della Rovere, una giovane donna dai tratti angelici, che rasentano l'infantile probabilmente per la sua giovane età. E' stata una così grande sorpresa che, tornando a casa, ho scritto a mio padre chiedendo notizie sui Della Rovere, non specificando il motivo: per far ciò sono stata spinta dall'insicurezza dell'ormai Marchesina de Vicci (adottata da un tal Caio de Vicci) che si è dimostrata nei confronti di chi l'ha condotta in questo mondo.
Riporto ivi i visi di queste tre anime:

[Seguono tre bozzetti dove vengono raffigurati i tre personaggi: Cora viene dipinta come una donna dallo sguardo gelido, Ettore con un sorriso malizioso stampato in viso, e Verena ritratta come l'allegoria dell'innocenza.]

A parte queste emozioni, ho trascorso i miei giorni setacciando tutto il sestiere di San Marco alla ricerca di quel Dante veneziano approfittando, in maniera particolare, della piazza principale dove ho incontrato Madame Ispirazione e dato inizio ad un quadro che ritrae la ricca clientela che siede di solito al caffè Florian, cercando di attirare l'attenzione di chi guarderà il quadro su una bambina rubiconda alle prese con la sua tazza di cioccolata calda e la rispettiva madre.
Il tempo purtroppo stringe e mi ritrovo a non poter riportare qualche schizzo di questo progetto: la Marchesina de Vicci mi attende ormai da giorni al Teatro Grisostomo, entusiasta di assumermi.
Che il Signore benedica questa giovane così generosa!